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Perché i miti condivisi creano comunità

Perché i miti conferiscono all’uomo una capacità senza precedenti che nessun altro genere animale possiede

Yuval Harari scrive nel suo bellissimo libro Sapiens

Solo li Homo Sapiens sono in grado di parlare di intere categorie di cose che non hanno mai visto toccato o odorato

E questo non è un dettaglio da poco.

La finzione ci ha consentito non solo di immaginare le cose ma di farlo collettivamente. Possiamo intessere miti condivisi come quelli della storia biblica o nazionalismi degli stati moderni. Questi miti conferiscono ai Sapiens la capacità senza precedenti di cooperare in maniera flessibile e in comunità formate da moltissimi individui. Anche formiche e api possono lavorare insieme in comunità numerose, ma lo fanno in forme estremamente rigide e solo all’interno di strette parentele. I sapiens sono in grado di cooperare in modi estremamente flessibili con un numero indefinito di estranei. Ecco perché governano il mondo.

Questo per me è un concetto entusiasmante. Harari dice che in natura tutti gli animali formano gruppi e cooperano tra di loro, ma lo possono fare solo in piccoli gruppi, che possono al massimo superare il centinaio. Oltre tale numero è difficile “riconoscersi” come facente parte dello stesso gruppo, perché è difficile intessere legami stabili.

Quello che ha reso straordinariamente diversi i Sapiens è una caratteristica molto diversa. Solo loro possono collaborare insieme a persone che non hanno mai visto (che nell’era moderna possono vivere anche dall’altra parte del pianeta!) basandosi su miti, credenze e immagini che non esistono nella realtà.

Su questi sono capaci di trovare vicinanza, similitudini e bisogno condivisi.

Perché è così interessante? Perché questa cosa sta alla base di tutto quello che noi chiamiamo community e che ancora oggi nel 21esimo secolo ci permette di cooperare ad una velocità e dimensione mai visti prima.

Secondo Harari questa capacità di organizzazione, questo modo di cooperare in grandi masse, ha veramente fatto la differenza nell’evoluzione umana, anzi sta alla base di quello che lui chiama “Rivoluzione cognitiva”.

Cosa ci dice questo rispetto alla community?

Che le persone possono agire in maniera collettiva SOLO se hanno una causa comune. Un legame, un mito, un perché che li unisce. Solo questo sogno condiviso gli permette di “immaginare le cose collettivamente”, ha la forza di tenerli insieme e fargli raggiungere obiettivi impossibili da ottenere singolarmente.

Come si creano miti condivisi che aiuta una community a lavorare insieme??
Questa è la grande domanda.

Io credo che siano 3 i pezzi fondanti su cui un creatore di comunità deve lavorare:

  • sogno condiviso: perché siamo insieme? Cosa vogliamo raggiungere? Come vogliamo cambiare noi stessi e il mondo in cui siamo?
  • identità sociale condivisa: chi siamo? Che caratteristiche abbiamo in comune? Come reagiamo in determinate situazioni? Che passioni ci uniscono? Ma forse ancora più importante, cosa ci distingue dagli altri? Se è vero che noi adottiamo gli stili, le credenze i rituali e altre forme di espressione del gruppo in cui ci troviamo, diventa fondamentale creare un’identità condivisa.
  • rituali: cosa facciamo insieme? Quando lo facciamo? Con che cadenza? La ripetizione rinforza l’identità e crea spazi sociali, dove le persone possono ritrovarsi con persone simili.

Quindi, per creare una community forte e rivoluzionaria ti serve una identità sociale, un sogno condiviso e una serie di rituali da ripetere nel tempo.

Solo in questo modo, come ci ricorda Harari, facciamo accadere la magia: organizzare, coordinare e creare relazione in un gruppo composto da numero indefinito di estranei.

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